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di Marco Bernardi, Psicologo e psicoterapeuta dell’età evolutiva

Ascoltare l’adolescente non con le orecchie ma con il cuore è il vero modo per aiutarlo. 

Eccoci giunti all’ultima tappa del nostro viaggio. Non che con la fine dell’adolescenza si smetta di essere genitori. Siamo noi che ci fermeremo qui, almeno per ora.

La vita dei nostri figli in adolescenza cambia completamente, nuovi amici, amori romantici e passionali, storie brevi e di consumo, social network e vita digitale, fuga e allontanamento, grandi ribellioni e fragili pianti. Questo è chiaro, lo sanno tutti. Ma il nostro abbraccio, allora, che fine fa? Ecco, già qui le cose diventano un po’ più oscure. Ma come ormai sapete, il dubbio e l’oscurità non ci bloccheranno. Fuori la nostra piccola torcia e iniziamo a rischiarare la stanza.

Quel “disgraziato” che prima si faceva sbaciucchiare dalla sua mammina ora mi allontana, non mi vuole più. La cosa più bella che mi dice ora la mia principessa è “per favore papà smettila, sei imbarazzante!”.

E noi, poveri genitori, smarriti e affranti non sappiamo più come fare. E ci credo bene, l’adolescenza è questione di famiglia mica una robetta che devono risolversi i nostri pargoli. Siamo nel periodo più incerto della vita di una persona (e noi che lo abbiamo già vissuto ne sappiamo qualcosa): periodo in cui non si sa chi siamo, cosa vogliamo, in cui ci sperimentiamo online e offline in mille modi, in cui cambiamo abito e stile tante e tante volte. Online. Mentre scrivo mi viene in mente quanto diverso è essere figli e genitori oggi rispetto al passato: è cambiato il nostro ambiente, è come se ci fosse stata una glaciazione e fossimo entrati in una nuova era in cui reale e virtuale convivono ormai alla pari, non sono due mondi diversi ma la stessa aria che respiriamo. E questo non possiamo non vederlo e non saperlo. Perché anche i nostri “abbracci” devono essere adatti a questo nuovo ambiente. Saranno abbracci che ti tengono stretto e ti fanno sapere che tuo papà e tua mamma sono qui, ma saranno anche abbracci di fiducia che ti spingono a provarci con le tue gambe. Saranno abbracci capaci di darti libertà ma anche di aiutarti a capire che il mondo è fatto di limiti e di regole e che l’esperienza di vita dei tuoi genitori conta molto per poter crescere bene. E questo sia nel reale che nel virtuale. Mi capita spesso di sentire genitori dire: “ormai i miei figli ne sanno più di me di queste cose tecnologiche, mi stanno sfuggendo, non ho più niente da insegnargli”. Che brutte parole! Non è così. 

I vostri figli hanno sempre bisogno della vostra presenza, del vostro esserci, del vostro incoraggiamento e delle vostre sgridate, del vostro tifo sfegatato e della vostra consapevolezza dei loro limiti e dei loro errori.

I figli sapranno anche tecnicamente come funzionano le cose ma chi ci sarà ad avvertirli dei pericoli e a mostrargli bellezza e potenzialità? Chi ci sarà dietro di loro, mentre esplorano il mondo, a dare la sicurezza di una base sicura a cui tornare, sia che navighino nella realtà che su internet? Chi ci sarà a garantire ai nostri figli la protezione necessaria e ad incitarli nella loro sfida quotidiana? Chi darà loro un’immagine positiva di adulto, immagine da poter guardare per decidere cosa essere da grandi? Chi ricorderà e insegnerà loro le regole della vita sociale adulta? Voi genitori. E questo vi pare poco? Non credete di essere inutili e incapaci, non lo siete affatto.

Italo Calvino nel suo Palomar (1983) scrive: Il problema è capirsi. Oppure nessuno può capire nessuno: ogni merlo crede d’aver messo nel fischio un significato fondamentale per lui, ma che solo lui intende; l’altro gli ribatte qualcosa che non ha relazione con quello che lui ha detto; è un dialogo tra sordi, una conversazione senza né capo né coda. Ma i dialoghi umani sono forse qualcosa di diverso? 

Cosa ne dite, non sono esattamente i pensieri che ci vengono di fronte ai nostri adolescenti? Ecco, credo che potremo avanzare la pretesa di rispondere affermativamente alla domanda: si, sono diversi e lo diventano nel momento in cui impariamo l’arte dell’ascolto nel quotidiano. Non abbiamo fretta di arrivare a delle conclusioni, ascoltiamo il loro percorso di crescita e accettiamolo (anche quando appare molto diverso da come siamo stati noi), mettiamoci nei loro panni e, insieme alle loro parole, ascoltiamo le loro emozioni ma non con le orecchie, con il cuore. Diventiamo esploratori di mondi possibili – anche quando questi appaiono ai nostri occhi paradossali, fastidiosi, irritanti o incomprensibili. E non scordiamoci il pizzico di sale: umorismo e simpatia. Che non vuol dire essere buon temponi o pervicacemente ottimisti, ma -da un lato- esprimere i contenuti in modo non traumatico o aggressivo verso l’interlocutore, con qualche battuta, piccola presa in giro al momento giusto e autoironia (umorismo) e -dall’altro- percepire la situazione in maniera simile alla persona coinvolta per creare un sentimento condiviso (simpatia).

Eccoci giunti alla fine del nostro viaggio, o meglio, alla fine di quel viaggio che ci ha portato all’inizio del sentiero o al porto pronti per salpare. Ora tocca a voi (anzi, a noi) scegliere come, quando e dove andare e vorrei lo facessimo riprendendo quanto dicevamo all’inizio: siete voi le persone che i vostri figli vogliono avere al loro fianco, non abdicate! Continuate ad essere genitori inventandovi, con tutta la vostra creatività, nuovi modi di stare insieme ai vostri figli mentre crescono. Così staranno bene loro e starete molto meglio anche voi. Perché, alla fine, si può stare bene solo in un modo: insieme.