Educare significa esserci. Soprattutto nei luoghi dove le sfide sono più complesse.
Quarto Oggiaro è un quartiere di Milano spesso raccontato soltanto attraverso il filtro dei suoi problemi. Ma chi lo vive ogni giorno sa che questa è solo una parte della storia.
Parliamo senza dubbio di un territorio complesso, in cui convivono provenienze, culture, famiglie e percorsi diversi. Un luogo in cui le fragilità esistono, ma dove esistono anche energie, relazioni e persone che lavorano ogni giorno per costruire nuove possibilità.
Tra queste c’è Pepita ETS, che dal 2020 è presente all’oratorio Santa Lucia con un lavoro educativo rivolto a bambini, ragazzi e famiglie.
Abbiamo incontrato Filippo Milanesi, educatore Pepita e responsabile dell’oratorio, per parlare di educazione di prossimità, integrazione, lavoro di rete e del valore di una presenza capace di restare nel tempo.
A Quarto Oggiaro l’educazione parte dai bisogni delle persone
Filippo, cosa significa fare educazione in un quartiere come Quarto Oggiaro?
«Significa offrire un’alternativa riconoscibile, uno spazio in cui ogni persona possa sentirsi accolta. Il nostro oratorio è aperto a tutti: bambini, ragazzi, adulti, senza esclusioni.
Sappiamo di lavorare in una realtà complessa dal punto di vista economico, sociale e relazionale. Per questo il nostro compito è creare un punto di riferimento stabile per chi ha bisogno di aiuto: dal supporto scolastico per i ragazzi, alle necessità più concrete delle famiglie, grazie anche alla collaborazione con i servizi del territorio.
Fare educazione in una periferia significa partire dai bisogni reali delle persone e costruire, proprio da lì, nuove possibilità».
Un quartiere multiculturale dove la relazione supera le differenze
A Quarto Oggiaro convivono famiglie provenienti da tutto il mondo: Nord Africa, Bangladesh, Sri Lanka, Sud America, Filippine, Cina. Una ricchezza culturale che porta con sé anche delle sfide, prima fra tutte quella linguistica.
«La lingua è spesso il primo ostacolo che incontriamo – racconta Filippo – perché può rendere più difficile l’inserimento scolastico e sociale. Per questo lavoriamo anche attraverso percorsi specifici, come quello dedicato ai bambini di famiglie cinesi, con il supporto di una mediatrice madrelingua.
Ma oltre alla diversità linguistica, emergono altri bisogni molto concreti: il sostegno scolastico, l’orientamento lavorativo, la ricerca di una casa o l’accesso ai servizi».
Per Filippo, però, integrazione significa soprattutto guardare oltre le etichette:
«Non guardiamo da dove arriva una persona, ma di cosa ha bisogno. Nel nostro oratorio un bambino nato a Milano da una famiglia italiana e uno nato da una famiglia egiziana, cinese o filippina sono considerati, semplicemente, bambini. La differenza non deve diventare un confine».
Il gioco come primo strumento educativo
Nel lavoro educativo di Pepita ETS anche gli spazi informali hanno un ruolo importante.
«Il gioco, una chiacchierata, il tempo trascorso insieme sono i nostri strumenti principali. Noi non siamo la scuola: siamo un luogo dove i ragazzi possono stare bene, divertirsi, incontrare qualcuno di cui fidarsi.
Quando un ragazzo capisce che un ambiente è adatto a lui, torna. E da quella fiducia nasce la relazione educativa».
Una relazione che spesso cresce fino a trasformare i ragazzi stessi in protagonisti:
«Molti giovani che hanno frequentato l’oratorio poi diventano animatori, aiutano nelle attività, mettono il proprio tempo a disposizione degli altri. È un percorso di restituzione: ricevono qualcosa e, a loro volta, scelgono di donarlo».
Educare è un lavoro di comunità
Nessun educatore può farcela da solo. Per questo il lavoro di rete è una parte fondamentale dell’esperienza di Filippo.
«Abbiamo creato un tavolo adolescenti che riunisce diverse realtà del territorio: scuole, associazioni, società sportive, servizi psicologici, volontari e altri enti educativi.
Avere punti di vista diversi permette di conoscere meglio ogni ragazzo e costruire interventi più efficaci. La rete serve proprio a questo: accompagnare le persone in modo completo, considerando tutti gli aspetti della loro vita».
Oltre gli stereotipi, dentro le storie
Quarto Oggiaro porta ancora con sé alcuni stereotipi legati al passato.
«Chi non vive il quartiere lo immagina ancora come quarant’anni fa. Ma oggi è un territorio diverso, tante persone hanno lavorato per migliorarlo. Certo, ci sono ancora criticità, ma non si può raccontare Quarto Oggiaro solo attraverso quelle.
Lo stesso vale per i ragazzi con background migratorio: non possiamo definire una persona attraverso la sua origine. Ogni ragazzo ha una storia, dei talenti e delle possibilità».
La cosa più bella? Vedere che qualcosa è cambiato
Quando gli chiediamo cosa renda speciale il suo lavoro, Filippo risponde guardando al tempo:
«La cosa più bella è “il giorno dopo”. Non intendo necessariamente quello successivo. Intendo dire guardarsi indietro, anche a distanza di anni, e vedere che qualcosa è cambiato. Che un ragazzo ha scoperto una capacità che non sapeva di avere, che un percorso ha portato un piccolo passo avanti.
Spesso incontriamo ragazzi che non riconoscono i propri talenti. Dare loro l’opportunità di scoprirli è la soddisfazione più grande».
Perché investire nell’educazione significa scegliere il futuro
In una società in cui tutto sembra pretendere immediatezza, l’educazione chiede una cosa diversa: il tempo.
«Viviamo in un mondo fatto di immagini, social e contenuti sempre più veloci. L’educazione va nella direzione opposta: richiede profondità, pazienza, possibilità di sbagliare e riprovare.
A volte i risultati non si vedono subito. Ma è proprio quel piccolo passo avanti, soprattutto per chi ha meno opportunità, che ci ricorda perché vale la pena investire nell’educazione».
Educare significa accompagnare bambini e ragazzi nei loro percorsi, dando loro il tempo di trovare la propria strada e riconoscere le proprie risorse.
È un lavoro che raramente offre risposte immediate, ma che attraverso la continuità, la fiducia e la presenza quotidiana può cambiare il modo in cui una persona guarda a sé stessa e alle proprie possibilità.





















