Decine di educatori, professionisti e operatori del settore si sono incontrati a Milano nello spazio multimediale dell’Oratorio di via Redi per mettere a sistema idee, obiettivi e strategie. Al centro del Pepita day di questa nuova stagione educativa non c’era un progetto specifico, un bando o un evento in particolare. Il tradizionale incontro di fine estate non ha offerto risposte, non ha condiviso bilanci o tabelle, ha posto un quesito: cosa significa oggi “educare”? Una domanda che il Presidente di Pepita, Ivano Zoppi, ha rivolto agli oltre 50 educatori presenti, quasi la metà delle risorse distribuite in Lombardia e in tutta Italia, impegnate ogni giorno in tutti i luoghi abitati dai ragazzi.
Una sfida, più che una domanda, capace di animare un confronto di competenze, visioni, esperienze e speranze. La speranza di lasciare un segno nel presente delle migliaia di ragazzi raggiunti quotidianamente, un segno capace di tracciare una rotta per il futuro delle nuove generazioni.
La forza di un percorso ventennale
“Senza passato non può esserci futuro”, recita un vecchio adagio. Tra un anno Pepita spegnerà 20 candeline, ma ogni giorno sembra il primo, perché ogni ragazza, ogni studente, ogni contesto educativo rappresenta un unicum, che richiama gli educatori a rinnovare costantemente non solo la propria preparazione, ma anche l’approccio, i modelli e i percorsi che accompagnano i più giovani nella crescita. “I giovanotti che abbiamo incontrato 20 anni fa, oggi sono genitori. Mamme e papà che provano a barcamenarsi in una società sempre meno a misura di bambino, dove il tempo educativo è schiacciato tra l’incudine della società digitale e il martello delle aspettative”, ha spiegato il Presidente Zoppi.
“Non esiste nulla di preconfezionato” tutto è studiato su misura, a seconda delle esigenze, del potenziale, delle reti sociali, della storia e della memoria dei singoli territori”.
Il concetto stesso di famiglia è cambiato radicalmente nell’ultima generazione. “Gli spazi condividi non sono più i cortili o le piazze, ma i social e le chat, dove gli adulti sono tagliati fuori”, ha aggiunto Zoppi. “La sfida che accomuna tutti i contesti in cui operiamo, dalle scuole agli oratori, dalle realtà sportive agli spazi aggregativi è quella della connessione. Una connessione emotiva con i ragazzi e le loro famiglie, con gli adulti di riferimento e le istituzioni locali, in una parola con i territori”.
Parola d’ordine: territorio
I numeri di Pepita, i suoi progetti e le tante attività anche nel campo della formazione e della ricerca, hanno portato l’azione educativa ad un livello nazionale. Hub4Young, ll centro di ascolto e confronto dedicato ai giovani, avviato a Terni la scorsa primavera con il sostegno di Fondazione Arvedi, è già un modello virtuoso di riferimento per altri territori.
Restando in Umbria, il rilancio di “Casa Bice”, per la socialità delle donne over 65 di Massa Martana (Perugia), ha regalato alla cittadinanza locale occasioni straordinarie di confronto intergenerazionale e percorsi di empowerment femminile pressoché assenti nei contesti rurali.
Tornando in Lombardia, l’avventura di Happiness, a Varese, ha trasformato l’oratorio del centro cittadino in un laboratorio di cittadinanza, saperi, talenti e opportunità. Un esempio di come il doposcuola possa essere molto di più che un semplice riempitivo pomeridiano, ma una finestra sul futuro dei nostri ragazzi, dalle attività culturali ai servizi di orientamento.
Il ritorno di una comunità educante
“Se il nostro mantra è preparazione, ascolto e presenza, non possiamo prescindere dalla prossimità”, ha aggiunto Ivano Zoppi. “Ma per essere vicino alle singole realtà, bisogna fare sistema con tutte le forze locali, dalle istituzioni ai privati”. Il futuro, insomma, appartiene a tutti, non solo ai genitori e alle famiglie.
In questa logica c’è un lavoro “dietro le quinte” che prepara, valorizza e sostiene l’azione educativa di Pepita. Dall’ufficio bandi e progetti alle iniziative di fundraising e alle campagne di raccolta fondi, dalle relazioni istituzionali all’attività di comunicazione. Tutto concorre a rendere possibile un viaggio partito quasi 20 anni fa, ma capace anno dopo anno di tracciare nuove rotte a servizio dei ragazzi e delle comunità.
Dietro le quinte di Pepita
Cosa vuol dire presentare e rendicontare un progetto?
Cosa comporta la messa a terra delle proposte di intervento? Come si alimenta la partecipazione attiva e come si racconta l’importanza di educare? “Dietro ciascun educatore di Pepita c’è una struttura che lavora per poter dare linfa, continuità e valore al lavoro sul campo”, ha spiegato il Presidente”. Grazie alle testimonianze dei vari uffici competenti, il team di educatori ha potuto approfondire tutte le fasi di un processo che si traduce in un ragazzo ritrovato, in un talento che non riusciva a esprimersi, in una comunità che riscopre i suoi valori.
Educatori e piloti
“Le nostre educatrici e i nostri educatori sono come un pilota di Formula 1 – ha concluso Ivano Zoppi -. Siete voi a tagliare il traguardo, ma la vittoria del team passa dal lavoro di squadra, dalla preparazione e dall’analisi di quello che può essere migliorato”. Per questo il Presidente ha invitato tutti i suoi “piloti” a condividere informazioni, sensazioni ed esperienze quotidiane. “Contributi fondamenti per tutta la squadra e in grado di fare la differenza per poter rispondere ai bisogni, alle speranze e alle fragilità di un’età giovanile sempre più complessa e spesso lontana dai radar delle famiglie”.






















